Rai Movie

  • Ritratto giovanile di Alberto Lattuada

    Ritratto giovanile

    Scomparso il 3 luglio di dieci anni fa all’età di 91 anni, Alberto Lattuada era in effetti praticamente sparito dalle scene una decina di anni prima, dopo aver firmato un paio di lavori televisivi, essere comparso in un breve ma incisivo cammeo nel film Il Toro (1994) di Carlo Mazzacurati ed essere stato oggetto di un affettuoso ritratto da parte di Daniele Luchetti. Che oggi il suo nome venga ricordato così di rado è forse il destino inevitabile di un regista che, pur rivestendo un ruolo centrale attraverso 45 anni di cinema italiano ha sempre evitato la tentazione di allinearsi alle tendenze via via in voga nell’industria e che, come ha scritto Callisto Cosulich nell’introduzione del libro I film di Alberto Lattuada (Gremese, 1985), “mai si è abbandonato ai capricci d’autore, ritenendosi anzitutto un servitore del pubblico”.

     

    Una scena da "L'educazione fisica delle fanciulle"

    Una scena da “L’educazione fisica delle fanciulle”

    A questo autore eclettico (ma sempre molto attento a quanto si diceva di lui, e premuroso nel contribuire personalmente a evidenziare le linee tematiche che percorrevano la sua filmografia – riaffermando, in interviste e scritti, come nella varietà della sua produzione non mancasse mai una coerente fedeltà ad argomenti come “il culto della bellezza, la simpatia istintiva per gli umiliati e offesi (…), la fobia nei confronti dell’ipocrisia borghese, della repressione sessuale, dell’avidità capitalistica”) Rai Movie dedica quest’estate un omaggio articolato in ben dieci film, collocati nella fascia mattutina ma anticipati stasera alle 23.35 da un fuori programma di prestigio come L’educazione fisica delle fanciulle (2005), adattamento da Wedekind che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film come regista e fu invece diretto dall’inglese John Irvin.

     

    Lattuada sul set di "La freccia nel fianco"

    Lattuada sul set di “La freccia nel fianco”

    Figlio di Felice Lattuada (autore di musica sinfonica, da camera e operistica, ma anche compositore di numerose colonne sonore per registi come Gennaro Righelli, Mario Camerini e Alessandro Blasetti), Alberto trova la sua vocazione già a otto anni, dietro le quinte della Scala, e scopre giovanissimo il potere degli artifici dello spettacolo: si costruisce in casa un teatrino giocattolo per il quale realizza diverse scenografie, ed è probabile che nasca da qui l’idea che lo porterà, dieci anni più tardi, a iscriversi alla facoltà di architettura. Ma l’interesse del giovane per la cultura si sviluppa su più tavoli: ai tempi del liceo, insieme ad Alberto Mondadori, fonda il periodico Camminare, cui segue, negli anni dell’università (e in collaborazione stavolta con Ernesto Treccani), Corrente. Entrambe le pubblicazioni sono alquanto critiche nei confronti di fascismo e futurismo e testimoniano come la reticenza di Lattuada a sentirsi parte delle tendenze in voga abbia radici profonde. Intanto, il suo anticonformismo si esprime anche attraverso la poesia, la narrativa e un crescente interesse per la fotografia, mentre gli studi di architettura ancora in corso vengono messi in pratica sin dal 1933, anno in cui Lattuada cura le scenografie del cortometraggio Il cuore rivelatore (1934), diretto da Mondadori insieme a Mario Monicelli  e ispirato al racconto di Edgar Allan Poe. 

     

    È solo l’inizio di una serie di collaborazioni via via più prestigiose che lo portano dal ruolo di consulente al colore per il primo esperimento italiano di film a colori (Il museo dell’amore di Mario Baffico, 1935) a cosceneggiatore di registi affermati come Mario Soldati (Piccolo mondo antico, 1940) e Ferdinando Maria Poggioli (Sissignora, 1942). Tutto ciò senza trascurare un’attenzione da precursore alla conservazione del cinema del pur recente passato: assieme a Luigi Comencini e Mario Ferreri, è Lattuada a porre le basi della futura Cineteca Italiana, creando a Milano il primo archivio di pellicole.
    Lo spirito anticonformista del neolaureato si estrinseca in altre disavventure. Nel Maggio 1940, alla Triennale di Milano, il gruppo di Lattuada organizza un piccolo festival impuntandosi sulla proiezione di La Marsigliese (1937) di Jean Renoir. Nel mese dell’invasione tedesca della Francia, la proiezione scatena, sulla scena clou del canto dell’Inno Nazionale francese, applausi di solidarietà, cori a scena aperta e un pronto intervento della polizia, a cui Lattuada riesce a sfuggire scappando da un lucernario nella cabina di proiezione e trasferendosi a Roma. Nel 1941, altri problemi nascono da un volume di fotografie intitolato Occhio quadrato, che gli porta un’accusa di aver voluto mostrare solo le imperfezioni del regime e non le grandezze. Magari è proprio questo uno dei motivi che portano Lattuada a scegliere, per il suo esordio alla regia con Giacomo l’idealista (1942, da un romanzo di Emilio De Marchi), uno stile apparentabile a quel calligrafismo di cui Giuseppe De Santis accusava anche i citati film di Soldati e Poggioli: tanto che gli strali di De Santis non mancano di appuntarsi anche sul film che, nel contesto dell’imminente fioritura del cinema neorealista, gli appare come una intollerabile regressione.

     

    Alanova e Cesare Barbetti in "La freccia nel fianco"

    Alanova e Cesare Barbetti in “La freccia nel fianco”

    Di Giacomo l’idealista si parla comunque abbastanza da ricordare alle autorità i tafferugli della Marsigliese, costringendo Lattuada a vedersi rifiutare numerosi progetti (variamente ispirati a Moravia, Stevenson, Dostoevskij e Matilde Serao) prima di approdare all’opera seconda. La lavorazione di La freccia nel fianco (1945), prodotto da Carlo Ponti e con Vittorio Gassman come protagonista maschile, inizia nel 1943 in un momento storico particolarmente delicato: il giorno dopo l’Armistizio dell’8 settembre, mentre il Paese entra nel caos, anche la troupe si scioglie e le riprese si interrompono mentre le truppe alleate risalgono lungo il Paese. Quando Lattuada riprende a girare, Gassman si è da tempo rifugiato in una sua casa al nord e viene quindi rimpiazzato da Leonardo Cortese (l’aiuto regista Jone Tuzi, che prende in mano il film solo in questa fase, ricordava anche: “C’erano scene già girate: in una Gassman su un treno che si allontanava… Poi c’era gente che era dimagrita, c’era gente che era ingrassata…”). Le riprese si concludono a novembre 1944, nella Roma ormai liberata – ma ci vuole un anno ancora prima che il film trovi finalmente uno sbocco nelle sale cinematografiche. È un’opera ancora acerba, che tuttavia già mostra l’interesse del regista per il tema dell’amore giovane, centrato com’è sul rapporto tormentoso (e destinato a un esito tragico dieci anni più tardi) fra un dodicenne e una ragazza che ha appena raggiunto la maggiore età.

     

    "Bandito", il poster

    “Il bandito”, il poster

    Nazzari e Magnani in "Bandito"

    Nazzari e Magnani in “Bandito”

    È con questo titolo che, il 1 agosto, si apre la rassegna di Rai Movie, che prosegue il giorno dopo con Il bandito (1946), non adattamento ma soggetto originale che Lattuada firma insieme a cinque collaboratori e che apre almeno in parte al Neorealismo raccontando il dramma di un reduce della Guerra appena conclusa. Interpretato da due divi come Amedeo Nazzari e Anna Magnani (cui si affianca Carla Del Poggio, moglie del regista) e prodotto da un Dino De Laurentiis agli inizi della sua carriera di produttore, il film viene girato da Aldo Tonti con una macchina da presa muta e solo in seguito sonorizzato: una sorta di divaricazione produttiva che rispecchia anche la duplice natura della vicenda narrata, avviata in un clima di rigoroso realismo ma progressivamente condotta verso il melodramma – fino a un finale tragico che a qualcuno ha ricordato addirittura il realismo poetico francese di Carné e Prevert.

     

    "Il delitto di Giovanni Episcopo", il poster

    “Il delitto di Giovanni Episcopo”, il poster

    Visto da molti come un nuovo passo indietro verso il calligrafismo, Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) nasce in realtà soprattutto dal desiderio di compiacere Aldo Fabrizi nella sua intenzione di proseguire sulla strada del dramma – anche in seguito alla fortuna di Roma città aperta. Ricordava Suso Cecchi D’Amico che l’attore in quel momento era di una popolarità estrema, nei limiti del cinema italiano di allora. Enorme. Era un impegno abbastanza pesante quello di fare untentativo drammatico con lui. Non potevi farlo solo sentimentale-eroico, che aveva già fatto con Roma città aperta, in modo insuperabile come chiave. Cercammo di fare una cosa più complessa. Storia di disperazione e solitudine (sulla scorta di un romanzo di Gabriele D’Annunzio adattato da Lattuada insieme allo stesso protagonista, la Cecchi D’Amico, Federico Fellini e Piero Tellini) il film stentò a trovare un suo pubblico ma portò premi importanti sia al protagonista che al regista (rispettivamente, un premio speciale a Venezia per Fabrizi e un Nastro d’argento a Lattuada), oltre ad avviare a una più che rispettabile carriera italiana la greca Yvonne Sanson.

     

    "Senza pietà", il poster

    “Senza pietà”, il poster

    Con Senza pietà (1948), comunque, Lattuada torna a esplorare la sua personale via verso il Neorealismo, modificando insieme a Pinelli e Fellini un soggetto di Ettore Maria Margadonna intitolato Goodbye Otello e centrato sull’amore fra un soldato afroamericano e una prostituta (Carla Del Poggio). Come e più che ne Il bandito, un’accurata analisi ambientale tipica della poetica neorealista si combina con una meticolosa cura formale, con fotografia sul filo dell’Espressionismo di Aldo Tonti  e un fatalismo narrativo che ancora una volta richiama il cinema francese d’anteguerra. Per iniziativa del produttore Carlo Ponti, il film viene girato a Tombolo, vicino a Livorno, e la finzione cinematografica flirta spesso con la realtà degli autentici militari americani acquartierati nella zona (scatenando fra l’altro una celebre rissa in cui Lattuada si batte senza risparmiarsi – Avevano offeso Carla e io ho voluto prendere le sue parti – affiancato e difeso da Folco Lulli) ma anche con la mala livornese, che consente alla troupe di proseguire solo dopo una sorta di trattativa personale con Lattuada stesso. Del film, in programma il 4 agosto, Rai Movie propone una copia recentemente restaurata.

    "Il mulino del po", il poster

    “Il mulino del Po”, il poster

    Nuovamente di ispirazione letteraria sarà il successivo Il mulino del Po (1949), tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli e vero e proprio racconto corale con tre storie parallele sullo sfondo delle lotte dei braccianti nell’agro padano di fine Ottocento. Per questa operazione che, pur ambientata nel passato, coniuga il Neorealismo con le esperienze del Formalismo sovietico (e che per qualcuno è destinata a restare il capolavoro di Lattuada) la Lux assicura un budget rispettabile che consente la ricostruzione dal vero del mulino titolare (ricordava Aldo Tonti: Ci fu la piena del Po, che si trascinò via tutto il mulino con sè, ma questo era previsto, e girammo una scena molto impressionante) ma che non impedisce alla lavorazione di approfittare dei contributi estemporanei offerti dalla natura (ancora Tonti: Un giorno si scatenò un temporale, anche questo previsto e quindi bene accetto, in una scena di mietitura, e la povera Carla ci dette sotto animatamente, in mezzo all’infuriare degli elementi, ma non avevamo previsto un fulmine, che si scaricò proprio sulla sua falce, scaraventandola a terra in un boato assordante) e il film rivela per la prima volta apertamente la propensione del regista per la passione amorosa, con una scena per l’epoca abbastanza intensa fra Leda Gloria e Giacomo Giuradei. All’uscita, però, l’accoglienza è critica sia da destra che da sinistra. Ricordava Lattuada che da sinistra, dicevano, non avevo risolto con una indicazione precisa la strada da seguire; da destra perché avevo girato uno sciopero talmente provocatorio, per l’epoca, eravamo nel ’48, per cui nei cinema l’aria vibrava di una tensione simile a quella di quelle scene, piuttosto cocente. In quel momento, insomma, ho e sono orgoglioso di avere scontentato un po’ tutti, perché avevo presentato in pratica la condizione dell’Italia.

     

    "Il mulino del Po", flano del 21 ottobre 1949

    “Il mulino del Po”, flano del 21 ottobre 1949

    "Anna", il poster

    “Anna”, il poster

    Non si vive però di solo orgoglio e soprattutto per questo (dopo aver contribuito a lanciare la carriera registica di Federico Fellini condividendo con lui la paternità di Luci del varietà, che nasce da una collaborazione fra i due ma sul cui set è Lattuada a chiamare l’azione) il regista accetta consapevolmente un prodotto su commissione che lui stesso definirà scherzosamente cinico-farmaceutico: nato come veicolo per Silvana Mangano, Anna (1951) è sostanzialmente un fumettone con struttura narrativa da romanzo d’appendice, nato da un preciso calcolo commerciale (abbiamo la Mangano, vediamo se spogliandola e vestendola poi da suora, facendole fare il male e il bene…) e attentamente calibrato per andare incontro ai gusti del pubblico seguendo schemi collaudati: l’amore contrastato e il sacrificio occulto finale, due grandi cardini dentro i quali si può mettere una gran parte della storia della letteratura. La doppia faccia della Mangano aveva il corrispettivo, sdoppiato, nell’onestà di Vallone e nella perversità di Gassman. Seguendo lo schema un po’ di Riso amaro, che li aveva lanciati. La cosa funziona oltre ogni più rosea aspettativa: Anna incassa oltre un miliardo di lire dell’epoca. 

     

    "La spiaggia", poster

    “La spiaggia”, poster

    Da questo momento in poi, la carriera di Lattuada prosegue fra adattamenti letterari più (Il cappotto, del 1952, da Gogol) o meno (La lupa, 1953, da Giovanni Verga) riusciti per arrivare con La spiaggia (1954) alla scoperta del colore con una commedia drammatica che muove direttamente all’attacco del perbenismo borghese: ne è protagonista Martine Carol nel ruolo di una ex prostituta accolta benevolmente dai villeggianti della località balneare in cui trascorre una vacanza con la figlia fino al giorno in cui questi scoprono i suoi trascorsi, facendole immediatamente il vuoto attorno. Scritto insieme a Rodolfo Sonego e Luigi Malerba, La spiaggia fa il contropelo all’ipocrisia del Paese alle soglie del boom e per Lattuada scatena le prime serie grane con la censura perché, come ricordava il regista,  avevo sovvertito i termini, i canoni di una certa morale. La puttana era brava e buona, e le donne borghesi, sposate, erano delle false, ipocrite che passavano la settimana scopando coi bagnini e poi accoglievano i mariti il sabato. La concessione del nullaosta viene condizionato a qualche taglio così minuscolo (un’apparizione sotto la doccia di Valeria Moriconi ma anche all’apparizione del quotidiano l’Unità) da apparire pretestuoso e finalizzato solo a giustificare il lungo stop imposto alla pellicola prima di essere distribuita.

     

    "I dolci inganni", poster

    “I dolci inganni”, poster

    Nuovamente in bianco e nero, Scuola elementare esce nello stesso anno e, nel descrivere le peripezie di un maestro meridionale che si trasferisce a Milano e tenta di mettersi in affari con un amico bidello, riesce ad essere qualcosa di più che un mero veicolo per la coppia di comici Billi e Riva, catturando come in una sorta di capsula temporale, scorci di una Milano che si avvia verso il miracolo economico ed è già percorsa dalle avvisaglie dell’avidità, l’arrivismo e la sfrenata corsa al consumo che si svilupperanno di pari passo con il PIL nazionale.

     

    Con Guendalina (1957), Lattuada si conferma autore particolarmente sensibile alla bellezza femminile rivelando un tocco lieve e non morboso anche nell’esplorazione dei primi turbamenti erotici. Il tema, dopo la parentesi storico-avventurosa di La tempesta (1958, prodotto da un De Laurentiis ormai lanciato nell’industria cinematografica con Silvana Mangano affiancato da un cast internazionale), viene sviluppato in chiave più psicologicamente approfondita in I dolci inganni (1960), che lancia Catherine Spaak nella parte di una giovinetta alle prese con esplorazioni sentimentali che non ne sfiorano l’innocenza anche quando si rivelano sbagliate.

     

    "Lettere di una novizia"

    “Lettere di una novizia”

    Tutto il resto della carriera di Lattuada continuerà ad alternarsi fra i due filoni chiaramente delineati in questa rassegna e che il regista stesso semplificava come segue: film tratti da opere letterarie, che però possono ancora dare una lezione al pubblico che li vede oggi, e quello, che va dal Bandito ai Dolci inganni a Scuola elementare, ecc. ecc. di aderenza alla vita contemporanea, di ritratto di cose che io vedo. L’omaggio di Rai Movie si conclude con Lettere di una novizia (1960) che in qualche modo ben sintetizza entrambi i filoni sopra descritti. Dramma fortemente critico sui guasti dell’ipocrisia borghese e di una religiosità di facciata, tratto da un romanzo epistolare pubblicato quasi 20 anni prima da Guido Piovene, il film non fa sentire i due decenni trascorsi per i motivi spiegati dallo stesso Lattuada: Ci sono problemi che si esauriscono nel tempo storico in cui vengono posti, e ci sono invece problemi senza tempo che si ripropongono oggi come ieri. In questo secondo caso si accende in me l’interesse. Ho bisogno insomma che un’opera letteraria mi metta in vivo rapporto con la mia realtà, con la realtà dei nostri giorni. Altrimenti la molla per il film non scatta. Facciamo un esempio: Lettere di una novizia di Piovene. Nel libro c’è, ben disegnata, una certa ipocrisia della provincia che nasconde un delitto perché la famiglia deve conservare intatto il suo volto esteriore e apparente, verniciato di rispettabilità. Attraverso il libro ho riscoperto l’ipocrisia della provincia di oggi e l’ho rivissuta nel mio film. (albertofarina)

     

    Sul set di "La lupa" (foto di Federico Patellani)

    Sul set di “La lupa” (foto di Federico Patellani)

    I film di Alberto Lattuada previsti in rassegna
    1 agosto – La freccia nel fianco (1945)

    2 agosto – Il bandito (1946)

    3 agosto – Il delitto di Giovanni Episcopo (1947)

    4 agosto – Senza pietà (1948)

    5 agosto – Il mulino del Po (1949)

    6 agosto – Anna (1951)

    7 agosto – La spiaggia (1954)

    8 agosto – Scuola elementare (1954)

    9 agosto – I dolci inganni (1960)

    10 agosto – Lettere di una novizia (1960)

     

  • squidsub-1-2-2Domenica 19 luglio alle 15.40
    20.000 leghe sotto i mari (20,000 Leagues Under the Sea) di Richard Fleischer (Usa, 1954)
    con James Mason, Kirk Douglas, Paul Lukas, Peter Lorre

     

    Tratto dall’omonimo romanzo del 1870 di Jules Verne, 20.000 leghe sotto i mari, diretto da Richard Fleischer nel 1954, fu uno dei film di maggior successo della Disney che all’epoca incassò otto milioni di dollari al box office nordamericano, primo film della nota casa di produzione girato in Cinemascope e primo prodotto distribuito dall’allora appena nata Buena Vista Pictures Distribution Company.

     

    Accolto con entusiasmo dalla critica, 20.000 leghe sotto i mari, Oscar 1955 per le scenografie e per gli effetti specialilasciò a bocca aperta gli spettatori di tutte le età, dimostrando che la Disney era in grado d’intrattenere grandi e piccoli. Oltre a essere la trasposizione cinematografica di un classico della letteratura fantastica, il cui  autore è considerato uno dei padri della fantascienza moderna, il film si avvalse di alcuni attori indimenticabili come  Kirk Douglas, James Mason nel ruolo del Capitano Nemo, e Peter Lorre, ma anche di una troupe notevole: dal direttore della fotografia Franz Planer – Vacanze romane, L’ammutinamento del Caine, Il grande paese, Il re dei re e Colazione da Tiffany, per citarne alcuni –  a Elmo Williams candidato all’Oscar per il film, già autore del montaggio di Mezzogiorno di fuoco e, in seguito, del kolossal Cleopatra. Autore della colonna sonora il compositore premio Oscar Paul J. Smith – Biancaneve e i sette nani, Pinocchio, Cenerentola – mentre dietro la macchina da presa c’era Richard Fleischer – Le iene di Chicago, Viaggio allucinante, Lo strangolatore di Boston, Il favoloso Dottor Dollittle – anche lui premio Oscar nel 1947 per il documentario Design for Death. 

     

     

    The-Great-ChallengeDomenica 19 alle 11.30
    The Great Challenge – I figli del vento (Le fils du vent)
    di Julien Seri (Francia, 2004)
    con Williams Belle, Châu Belle Dinh, Malik Diouf 

    Dall’avventura fantascientifica all’avventura metropolitana con gli atleti del parkour disciplina, nata per le strade francesi negli anni ’90, che è entrata a far parte dell’immaginario spettacolare dopo le evoluzioni dei suoi praticanti, tracciatori (traceurs) o tracciatrici (traceurses), viste nel film Yamakasi – I nuovi samurai. Stessi protagonisti per questa nuova storia che da Parigi si sposta in Thailandia, dove i traceurs decidono di aprire una palestra per togliere i bambini dalle strade, ma si ritrovano coinvolti nello scontro tra mafie locali. Immagini spettacolari proposte in una nuova copia in 16:9 con doppio audio disponibile.
    (raffaellavicario)

  • la-morte-va-a-braccetto-con-le-verginiTre giovedì all’insegna dell’horror targato Hammer, mitica casa di produzione britannica che ha sdoganato il genere in tutto il mondo grazie anche a Christopher Lee e Peter Cushing, attori protagonisti di pellicole di grande successo come La maschera di Frankenstein, Dracula il vampiro e La mummia. Rai Movie presenta tre horror gotici, due dei quali in prima visione televisiva, il cui marchio di fabbrica della Hammer è evidente, pur trattandosi di produzioni anni ’70, periodo in cui la casa stava tentando una contaminazione di generi per soddisfare un pubblico sempre più esigente.

     
    La regina dei vampiriSi parte giovedì 16 luglio alle ore 00.55, con La morte va a braccetto con le vergini di Peter Sasdy con Ingrid Pitt, iconica vampira per tutti i fan del genere, che interpreta il ruolo ispirato al personaggio storico di Erzsébet Báthory, contessa di mezza età disposta a tutto pur di non invecchiare…


    Le figlie di Dracula

     

    Giovedì 23, in prima visione Tv sempre in terza serata, Le figlie di Dracula di John Hough, ultimo film di una trilogia ispirata a Carmilla di Sheridan Le Fanu, con Peter Cushing e le gemelle Collinson, Mary e Madeleine, entrate nell’immaginario erotico a causa di un servizio fotografico apparso sulla rivista Playboy ma anche per la loro prova ‘recitativa’ in Diario intimo di un garzone di macelleriaChiude la terna un’altra prima visione televisiva, giovedì 30 luglio: La regina dei vampiri di Robert Young in cui un circo di vampiri si ferma in villaggio per vendicare la morte di un conte vampiro ucciso quindici anni prima. (raffaellavicario)

  • Hostaria!Prima serata per I nuovi mostri, dodici episodi satirici sulla contemporaneità italiana ispirati al classico film di Dino Risi I mostri del 1963, che questa sera Rai Movie presenta in una nuova copia in 16:9 e con l’aggiunta di tre episodi. Per molti anni, infatti, le copie televisive presentavano soltanto nove dei quattordici capitoli originali, nella fattispecie: “L’uccellino della Val Padana”, “Con i saluti degli amici”, “Tantum ergo”, “Autostop”, “First Aid (Pronto soccorso)”, “Come una regina”, “Hostaria!”, “Senza parole” ed “Elogio funebre”. La versione in onda questa sera alle 21.15 vede reintegrati “Mammina e mammone”, “Cittadino esemplare” e “Pornodiva”, mentre continuano a mancare all’appello “Sequestro di persona cara” e “Il sospetto”.

     

    OrnellaMuti3Nel cast va segnalata la presenza di Ornella Muti, Gianfranco Barra, Eros Pagni, Luigi Diberti, Nerina Montagnani e Yorgo Voyagis. Scritto da Age, Scarpelli, Bernardino Zapponi e Ruggero Maccari. Alla regia Mario Monicelli, Dino Risi ed Ettore ScolaUna candidatura agli Oscar 1979: miglior film in lingua straniera (Italia).

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