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  • the-accountantThe Accountant di Gavin O’Connor

    Croce e delizia dell’11esima Festa del Cinema di Roma, un film tanto inadatto a presenziare nella selezione ufficiale di un festival (seppur “festa”) quanto perfetto a scaldare il pubblico, che in sala ha risposto con applausi, risate e anche con qualche disappunto. The Accountant è la storia di Christian Wolff, un bambino autistico, senza madre e con un padre militare che lo fa addestrare dai migliori professionisti dell’autodifesa. Quel bambino da grande diventa Ben Affleck, fa il contabile per alcune società che spesso hanno loschi traffici e nel tempo libero è un giustiziere che agisce per una misteriosa organizzazione. Ricercato dalle alte sfere del governo, Christian viene assunto da una società di robotica i cui bilanci finanziari sembrano avere delle falle; ma quando gli impiegati della società cominciano a morire in circostanze misteriose, Wolff toglie le vesti da contabile e indossa quelle da giustiziere.

    La sola sinossi di The Accountant è una chiara dichiarazione d’intenti: creare un muscolare thriller d’azione capace di produrre un franchise. La forza di questo film, diretto dal regista di Warrior Gavin O’Connor, sta nel protagonista, tanto geniale e mansueto quanto letale esperto nel combattimento e con le armi da fuoco. Il film non si riesce mai a prendere sul serio (ma probabilmente non vuole essere preso sul serio!) e Ben Affleck in versione autistico che fa il verso al suo recente Batman contribuisce a donare a questo film uno strano alone di “scult”.

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    hell-or-high-waterHell or High Water di David Mackenzie

    Prodotto da Netflix e inserito nella sezione “Tutti ne parlano” della selezione ufficiale dell’11esima Festa del Cinema di Roma, Hell or High Water è un corposo crime-movie con atmosfere da western contemporaneo. La storia ruota attorno alle scorribande criminali dei fratelli Toby e Tanner, impegnati a rapinare le banche della Texas Midlands, possibilmente senza che nessuno si faccia male. Sulle loro tracce c’è il Texas Ranger Marcus, a un passo dal pensionamento, aiutato dal vice di origini comanche.

    Il britannico David Mackenzie, che aveva già diretto il dramma carcerario Starred Up – Il ribelle, si abbandona ai paesaggi polverosi del Texas e a una storia che guarda a Peckinpah così come alla moderna serialità televisiva d’autore, da True Detective a Fargo. L’ottima costruzione dei personaggi, che agiscono per motivi ben precisi e non così scontati, è valorizzata da uno stuolo d’interpreti di prima qualità che va da Jeff Bridges a Ben Foster e Chris Pine, qui forse alla sua migliore interpretazione. Un crime poderoso, forse un po’ troppo lungo, ma capace di tenere desta l’attenzione e far affezionare lo spettatore ai personaggi.

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    al-final-del-tunelAl final del tùnel di Rodrigo Grande

    Una delle più belle sorprese dell’11esima Festa del Cinema di Roma proviene dall’Argentina e si intitola Al final del tùnel. L’heist-movie di Rodrigo Grande parte da una premessa drammatica per sfociare verso il cinema di genere più appassionato e appassionate: la vita di Joaquin, un uomo rimasto paraplegico a causa di un incidente, in cui ha perso moglie e figlia, è sull’orlo della disperazione quando anche il suo cagnolino sembra ormai prossimo ad abbandonarlo. A donargli la forza di vivere ci pensano Berta e Betty, una donna con la sua bambina muta che chiedono di poter alloggiare nella stanza che l’uomo ha messo in affitto. Tutto sembra procedere per il meglio, Joaquin prova del tenero per Berta, che sembra ricambiare, ma il pericolo è in agguato perché una banda di rapinatori sta scavando un tunnel sotto l’appartamento di Joaquin con l’intenzione di rapinare la banca situata vicino alla sua casa. Ma Joaquin ha un piano.

    Felicemente sospeso tra il film sulle rapine, il dramma, il pulp e la commedia, Al final del tùnel riesce a generare un crescendo di tensione che trasporta lo spettatore nella vita di un uomo che non ha più nulla da perdere e si addentra in un piano tanto folle quanto lucidamente geniale. “Tutto può dipendere dalle donne e dalla fortuna” ripete più volte uno dei personaggi e infatti il film, a un certo punto, assume una piega fatalista che decreta definitivamente la sua appartenenza a una magnifica logica dell’assurdo.

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    train-to-busanTrain to Busan di Yeon Sang-ho

    Acclamato come uno dei più riusciti zombie-movie degli ultimi anni e già adocchiato dai produttori americani per un possibile rifacimento a stelle e strisce, Train to Busan è un vero e proprio kolossal proveniente dal Sud Corea. In un periodo in cui l’argomento “zombie” è particolarmente inflazionato, soprattutto grazie al successo televisivo di The Walking Dead, trovare un modo per raccontare in maniera originale di morti viventi ed epidemie mortali è particolarmente complicato. Yeon Sang-ho scrive e dirige Train to Busan partendo da un concept accattivante, ovvero ambientare il film, per la quasi totalità, su un treno mentre fuori (e dentro) impazza un virus che sta trasformando gli umani in zombi. I sopravvissuti, diretti a Busan, unica città apparentemente ancora immune all’epidemia, dovranno scontrarsi con i famelici morti viventi e con l’egoismo dell’essere umano, vero e proprio leit motiv attorno a cui ruota l’intero impianto narrativo del film.

    Scandito da un ritmo indiavolato con bellissime scene d’azione ed efficacissimi momenti di tensione, Train to Busan si conferma uno zombie-movie davvero riuscito che sicuramente farà scuola.

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    i-am-not-a-serial-killerI Am Not a Serial Killer di Billy O’Brien

    Quest’anno la sezione autonoma della Festa del Cinema di Roma Alice nella Città ha proposto film di così ampio respiro e diverso genere da differenziarsi dalle precedenti edizioni. Un film decisamente anomalo nella tradizione della manifestazione è I Am Not a Serial Killer, un teen-horror che fa respirare agli spettatori esperti un’aria vintage molto gradevole. Inserito, infatti, in un’atmosfera che ricorda molto i film horror dei primi anni ’90, I Am Not a Serial Killer racconta la storia di John Wayne Cleaver, un adolescente problematico che aiuta sua madre nel difficile lavoro in un obitorio. Quando in paese comincia a diffondersi il terrore per la presenza di un serial killer, John scopre che l’artefice dei delitti è il suo vicino di casa, l’anziano signor Crowley, che è in realtà una creatura mostruosa millenaria che per rigenerare i suoi organi umani deve sottrarli ad altre persone.

    Un po’ troppo lento nell’iter narrativo ma capace di tenere ben desta l’attenzione grazie a un progressione misteriosa della trama, il film diretto dal britannico Billy O’Brien si avvale di alcuni ottimi interpreti come Christopher Lloyd e Max Records e di una costruzione non convenzionale che indugia molto sui problemi legati all’adolescenza, riflettendoli su un “mostro” romantico che sa far breccia nel cuore. Decisamente inadatto ai deboli di stomaco, vista l’ostentazione gore di macabri particolari anatomici.

    [a cura di Roberto Giacomelli]

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  • the-rolling-stonesThe Rolling Stones Olè Olè Olè! A Trip Across Latin America di Paul Dugdale

    Otto anni fa Martin Scorsese eleggeva i Rolling Stones protagonisti del suo film Shine a Light, che documentava il concerto della mitica band britannica a New York nel 2006 . Ora Paul Dugdale, con una carriera decennale nel campo del documentario musicale, realizza il tributo definitivo alla rock band seguendo Mick, Keith, Charlie e Ron nel tour che quest’anno li ha portati in America Latina, fino allo storico concerto all’Avana.

    Argentina, Cile, Messico e Cuba sono le tappe fondamentali alla scoperta di una parte del mondo a cui, fino a poco tempo fa, è stata preclusa ogni libertà, compresa quella di fruire della musica straniera. Un tour fondamentale nella carriera della band, mostrato da Dugdale attraverso gli occhi dei fan e degli stessi membri del gruppo, che ci deliziano con aneddoti divertenti e confessioni intime. Un instant-movie bellissimo e potente, che si avvale dell’energia di quattro “arzilli vecchietti” per fornire un lucido spaccato della Storia di un Paese e della sua travolgente voglia di cultura pop.

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    naples-44Naples ’44 di Francesco Patierno

    Trasposizione documentaristica delle memorie militari di Norman Lewis, Naples ’44 accompagna lo spettatore in un viaggio a ritroso nel tempo nell’Italia meridionale della Seconda Guerra Mondiale, precisamente a Napoli. Dal settembre del 1943 all’ottobre del 1944, il sergente dell’Intelligence Corps dell’esercito britannico Norman Lewis è stato di stanza a Napoli e nell’occasione ha avuto modo di stilare un diario considerato oggi uno dei più importanti documenti storici e antropologici di quel periodo. Lewis, infatti, non racconta la guerra dal punto di vista strettamente militare, bensì da quello umano, descrivendo cosa è stato per un napoletano di allora l’impatto con l’arrivo degli alleati. Attraverso un puntuale e certosino lavoro con i materiali d’archivio, sagacemente mescolati a episodi di fiction tratti da indimenticabili film: da La pelle di Liliana Cavani con Marcello Mastoianni a Chi si ferma è perduto con Totò e Peppino De Filippo, fino a Il re di Poggioreale con Ernest Borgnine. Così Totò diventa Lattarulo, scaltro amico del vero Norman Lewis, e Marcello Mastroianni testimonia la fame che c’era tra le strade di Napoli in quegli anni.

    Con la voice over di nientepopodimeno che Mr. Benedict Cumberbatch, Naples ’44 è un documentario tanto classico nella forma e nelle immagini quanto originale nella scelta di alcuni espedienti narrativi. Un testo perfetto per capire cosa è stata la Guerra al Sud d’Italia.

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    trampsTramps di Adam Leon

    Scritto e diretto da Adam Leon, che ha lavorato con Woody Allen per Melinda & Melinda e Hollywood Ending, Tramps è una commedia d’azione dalle venature romantiche che fonda buona parte della sua riuscita sulla performance dei suoi interpreti. Callum Turner di Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein e la quasi esordiente Grace Van Patten sono due ragazzi incaricati di favorire uno scambio di valigette al centro di un traffico illecito. Ma lo scambio non va come previsto, la valigetta finisce nelle mani sbagliate e i due si ritrovano a scorazzare per la città cercando di recuperare il maltolto.

    L’economia con cui l’opera è stata portata a termine è bilanciata da una scrittura brillante che molto si affida al talento dei due attori e, seppure la storia non brilli affatto per originalità e la deriva romantica appaia un po’ troppo pretestuosa, Tramps è una commedia leggera e gradevole, di sicura presa sullo spettatore in cerca di evasione.

    [a cura di Roberto Giacomelli] 

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  • The Birth of a Nation di Nate Parkerbirth-of-a-nation

    Il titolo è un chiaro rimando al controverso e celebre Nascita di una nazione di David W. Griffith, dove veniva glorificato il Ku Klux Klan. Nel film di Nate Parker, invece, presentato nella selezione ufficiale dell’undicesima Festa del Cinema di Roma, si assume un punto di vista diametralmente opposto e lo spettatore è invitato a seguire le (dis)avventure degli schiavi afroamericani impiegati nei campi di cotone e vessati dai padroni bianchi. Nello specifico, seguiamo Nat Turner dall’infanzia fino all’età adulta, schiavo di proprietà del possidente terriero Samuel Turner (Armie Hammer), a cui viene insegnato a leggere la Bibbia così da divulgare la parola di Dio ai fratelli di colore. In seguito a una serie sempre più pesante di angherie e umiliazioni, Nat decide di guidare un gruppo di rivoltosi contro i loro padroni. Ispirato a un fatto realmente accaduto in Virginia nel 1831, The Birth of a Nation è scritto, diretto, prodotto e interpretato da Nate Parker che ha preso a cuore la vicenda del suo omonimo e ha voluto fortemente portarla per immagini. Il film, che rappresenta l’esordio di Parker dietro la macchina da presa, ha la forza e il vigore dei migliori drammi storici, nonché un particolare gusto estetico e fotografico che esalta il sangue e le barbarie. Un po’ troppo derivativo nella prima parte, The Birth of a Nation ha il suo apice nel terzo atto, quando la rivolta degli schiavi viene attuata.

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    7197:19 di Jorge Michel Grau

    Nel 1985 un tremendo terremoto rase al suolo Città del Messico, causando centinaia e centinaia di vittime. Oggi il regista messicano Jorge Michel Grau, già fattosi notare nel 2010 con l’horror cannibalico Somos lo que hay, decide di raccontare quel tragico episodio della storia della sua città da un punto di vista inedito. 7:19 (l’ora in cui è stata registrata la scossa fatale) ci mostra per circa 90 minuti la sorte di alcuni sopravvissuti al crollo di un edificio, intrappolati sotto le macerie senza la possibilità di muoversi. In particolare seguiamo i tentativi di sopravvivere del dottor Fernando Pellicer (Demiàn Bichir) e del guardiano Martin (Héctor Bonilla), che tra rimedi estremi per placare la sete e immancabili litigi, passeranno insieme delle ore disperate in attesa dei soccorsi. 7:19 riesce perfettamente nell’intento di trasmettere una sensazione di impotenza, annichilimento e claustrofobia, ricordando per dinamica d’azione i trap-movie che in questi ultimi anni sembrano andare particolarmente in voga, in particolare Buried – Sepolto dello spagnolo Rodrigo Cortès. Qualche ridondanza dettata dalla staticità della situazione e un anti-climax che lascia un po’ l’amaro in bocca, ma nel suo complesso il film di Grau rimane ben impresso nella mente e riesce a trasmettere vero disagio allo spettatore.

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    nocturamaNocturama di Bertrand Bonello

    In un clima di terrore come quello che stiamo vivendo, in cui i tragici attentati in Francia dell’ultimo anno tanto hanno fatto parlare di sicurezza nazionale e terrorismo, non stupisce che un cineasta come Bertrand Bonello, autore di Le pornographe, abbia preso la palla al balzo per raccontare il modo in cui la gioventù parigina (ma la cosa è espandibile al resto del mondo) sia affascinata dal “male”. In questo caso il “male” è il terrorismo, appunto, la voglia di scardinare gli schemi della civiltà per rifondare dalle sue ceneri un mondo diverso. “Era inevitabile”, ripetono più volte i personaggi del film estranei alla vicenda, come se la stessa società occidentale sia ormai sul punto del collasso. Ad attuare il letale piano, che prevede una serie di esplosioni in punti strategici della capitale francese, ci pensano un gruppo di ragazzini di diversa estrazione sociale che dopo la “bravata” si rifugiano in un centro commerciale per far calmare le acque. Come in Elephant di Gus Van Sant o il recentissimo Dark Night di Tim Sutton, Nocturama segue la quotidianità dei giovani protagonisti, una sorta di pedinamento ossessivo che sfocia nel loro folle piano intriso di sangue. Questa voglia di documentazione estrema è allo stesso tempo croce e delizia del film perché dona personalità autoriale ma influisce negativamente sul ritmo e sull’economia narrativa.
    [a cura di Roberto Giacomelli]
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  • the_last_laugh_artThe Last Laugh di Ferne Pearlstein
    Si può ridere delle grandi tragedie dell’umanità? Fin dove è lecito spingersi quando si fa satira? Questo è l’interrogativo al quale cerca di rispondere The Last Laugh, il documentario di Ferne Pearlstein –  premio per la Miglior fotografia nel suo documentario Imelda al Sundance 2004 – in cui registi, comici e sopravvissuti all’Olocausto si confrontano sulla liceità e sui limiti dell’uomorismo a proposito dello sterminio di 6 milioni di ebrei. Da Mel Brooks a Rob Reiner, da Sarah Silverman a Chris Rock, il mondo dello spettacolo e della comicità viene messo a confronto con i sopravvissuti ai campi di concentramento che raccontano come, in molti casi, l’umorismo ha permesso loro di sopravvivere all’orrore. Un documentario che fa riflettere, all’indomani delle polemiche su Charlie Hebdo, e che, al di là dei limiti soggettivi del buon gusto, ci pone dinanzi alla prospettiva della distanza temporale dall’evento oggetto di satira: tragedia + tempo = commedia. Di certo, come sostiene Mel Brooks, è stato possibile fare dell’umorismo sull’inquisizione (La pazza storia del mondo – 1981) perché è passato molto tempo e nessuno si è offeso; mentre l’americano Lenny Bruce, fu arrestato per oscenità nel 1961,  a causa di una comicità troppo all’avanguardia per i tempi. Ma fu proprio Lenny a dire: “La Satira è tragedia più tempo. Se aspetti abbastanza tempo, il pubblico, i recensori, ti permetteranno di farci satira. Il che è piuttosto ridicolo, quando ci pensi“. Un tema ancora molto attuale i cui limiti, nell’opinione di comici e registi, sembrano essere sempre gli stessi: capacità di far ridere e buon gusto,  indipendentemente dall’epoca in cui ci si trovi. Ancora un ottimo lavoro per Ferne Pearlstein.
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    sing-street_artSing Street di John Carney
    Dublino, anni 80. Il giovane Conor (Ferdia Walsh-Peelo), in seguito alle difficoltà economiche e personali dei genitori, sull’orlo della separazione, si trova a dover fronteggiare tutti i turbamenti e le esperienze dell’adolescenza con l’unico sostegno del fratello maggiore Brendan (Jack Reynor). Il trasferimento in una scuola cattolica più economica lo catapulta in un mondo dove il bullismo non è appannaggio esclusivo di adolescenti violenti, ma anche di educatori adulti e religiosi. Quando incontra Raphina (Lucy Boynton)), una bellissima ragazza che dice di essere una modella, Conor le offre la parte della protagonista nel video della sua band. Così, per corteggiare la ragazza, Conor mette su un gruppo e inizia a scrivere canzoni. E’ un’inno alla speranza questo film, forse perché era più facile e, soprattutto, più possibile sperare negli anni ’80. Pur in un clima di crisi diffusa, sociale ed economica, il sogno di una vita migliore a Londra, magari facendo musica con la ragazza dei propri sogni accanto, è abbastanza per stringere i pugni e inventarsi giorno per giorno il modo di sopravvivere, trasformando ogni esperienza nel testo di una canzone. Con la scena musicale anni ’80 a fare da sfondo, Conor insieme alla sua band, i Sing Street, trova una motivazione per superare le difficoltà e, grazie al fratello Brendan, inizia a sperimentare stili musicali, cercando la propria identità. Passando dagli Spandau Ballet ai Cure, John Carney (Once, Tutto può cambiare) ci regala ancora un film dove la musica è cooprotagonista e centra l’obiettivo, realizzando un perfetto connubio tra musica, immagini e sceneggiatura. Sing Street, in uscita in Italia il 10 novembre, è stato presentato nella selezione ufficiale con la collaborazione di Alice nella città, ed è un film di formazione per adolescenti ma anche per adulti che hanno dimenticato i loro sogni.
    [a cura di Raffaella Vicario]

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